Faccia a faccia con YHWH

Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro. Poi questi tornava nell’accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si allontanava dall’interno della tenda.

Si possono comprendere benissimo la titubanza e le preoccupazioni di Mosè (da Esodo 33:11 ad Esodo 33:20) mentre mediava con Hatshepsut, d’altronde non è cosa di tutti i giorni trovarsi a trattare con una donna “barbuta” in vesti mascoline e chissà con quali altri attributi del sesso forte, ancor più se questa è la regina di una superpotenza economica e militare.

Ma … davvero Mosè stava dialogando con Hatshepsut ?
Le probabilità che questo sia effettivamente accaduto sono altissime e personalmente cercherò di dimostrare la validità di questa ipotesi, che se un giorno trovasse conferma potrà anche conferire alla narrazione biblica quella storicità che oggigiorno non gli vien riconosciuta.
Procediamo dunque con la dimostrazione portando tutti gli elementi favorevoli per sostenerla partendo dagli indispensabili riferimenti cronologici e seguendo con altre prove di altra natura:

Seguendo l’indicazione dataci da 1Re 6:1, che è questo:
“Il quattrocentottantesimo anno dopo l’uscita dall’Egitto, nel quarto anno del suo regno sopra Israele, nel mese di Ziv, che è il secondo mese, Salomone cominciò a costruire la casa per il SIGNORE”
Se ne deduce che il periodo degli eventi di Esodo sia intorno al 1436 a.C. decisamente prossimo all’alternanza tra Hatshepsut e Thutmose III.

Tra i grandi storici ce ne è almeno uno, Diodoro Siculo, che indica come contemporanei Mosè ed Hatshepsut.

Dalla narrazione si può intuire che Jahvè sia un “usurpatore” al trono egizio, ne consegue una scaletta nelle successioni ben definita:

Faraone A (con durata del regno lunga)
Faraone B (con regno breve o brevissimo)
Jahvè (con durata del regno decisamente lunga)

Tale successione in un arco di tempo che va dalla XVII dinastia alla XIX dinastia avviene solo quattro volte:

FARAONE AFARAONE BYHWH
SOBEKEMSAF IIINIOTEFINTEF-AA
THUTMOSE ITHUTMOSE IIHATSHEPSUT
TUTANKHAMONAYHOREMHEB
HOREMHEBRAMESSE ISETHY I

Si può notare che Hatshepsut rispunta prepotentemente e la cosa non sorprende affatto.

L’iscrizione dello “speos artemidos” imputabile ad Hatshepsut instaura il primo collegamento  con la descrizione degli eventi di Esodo.
In questa iscrizione Hatshepsut si attribuisce il merito di una “deportazione” con riferimento ad asiatici e vagabondi presenti nel delta del Nilo. Parimenti in Esodo risulta l’uscita del popolo ebraico dai medesimi territori ad opera di Jahvè.

L’iscrizione di “dair el bahari” in relazione alla spedizione verso il paese di Pwnt promossa da Hatshepsut costituisce la seconda evidente analogia, questo perché da tale iscrizione si evince che la meta della spedizione era il Sinai, esattamente lo stesso territorio che vedrà una lunga permanenza del popolo ebraico.

All’interno della medesima iscrizione sono evidenti anche i cosiddetti “beni di scambio” per lo più preziosi, aromi (soprattutto Mirra), cosmetici che sono praticamente gli stessi che il popolo ebraico si procura e lavora per il “Signore”.

La predominanza di alcuni caratteri linguistici di chiara origine egizia che denota una acquisizione “passiva” degli stessi da parte del popolo ebraico, lasciando presagire che il Signore stesso sia egizio, riportiamo brevemente:
MN egizio (stabile, duraturo) da cui si arriverà ad Amen (אמן) ebraico.
MNT egizio (una quantità ??) da cui si arriverà alla Manna (מן), che tra l’altro suggerisce il primo “regime assistenziale” di cui si abbia notizia.
ŜFYT (dignità, onore) da cui si arriverà all’ebraico Shofetim ( שפטימ).

La accertata riforma religiosa di Hatshepsut orientata verso il monoteismo, tra l’altro ostentando un tentativo di accentramento del potere spirituale e temporale nelle mani di un unico reggente. D’altronde cosa ci si potrebbe aspettare dalla autoproclamatasi figlia di Amon ?

Il singolare avvicendamento rilevabile nei passaggi biblici compresi tra
Esodo 33:2 ed Esodo 33:12, che fa il paio con una Hatshepsut che incarica Thutmose III dei suoi giovanili delicati interventi in territori siro-cananei.
Cosa che può trovare una conferma indiretta nel manoscritto di Qumran conosciuto come:
4Q376 fram. 1 Col. III 1
Che manifesta la presenza di un “principe” con accezione di re,sovrano, al di sopra della congregazione, cosa questa che sembrerebbe incompatibile con le gerarchie suggerite dalla stessa narrazione biblica.
Invece se con “principe” si stesse indicando Thutmose III diventerebbe coerente e storicamente compatibile dall’una e dall’altra parte, ossia dalla prospettiva egizia e da quella ebraica.

In sintonia con il precedente punto e direi a chiudere una discreta porzione di storia, questa storia, l’analogia rilevabile dal cosa accade dopo la permanenza e la peregrinazione nel deserto del popolo ebraico.
Come è storicamente accettato Thutmose III sarà militarmente iperattivo  nelle regioni siro-cananee,
parimenti Jahvè attraverso i comandi che impartirà a Giosuè si comporterà allo stesso modo.
Dal libro di Giosuè possiamo rilevare i re caduti durante le numerose battaglie molte delle quali volute dal Signore,
e sono:
re di Gerico – re di Ai- re di Gerusalemme- re di Ebron- re di Iarmut- re di Lachis – re di Eglon – re di Ghezer – re di Debir- re di Gheder – re di Corma- re di Arad – re di Libna – re di Adullam – re di Makkeda – re di Betel – re di Tappuak – re di Sarom – re di Madon – re di Cazor – re di SimronMeroon –re di Taanach – re di Meghiddo – re di Kades – re di Iokneam – re di Dor – re delle genti di Galgala – re di Tirza
di cui premurosamente sottolineiamo Meghiddo e Qadesh.
Domande:
Queste località non sono forse il teatro della più grande guerra e delle relative battaglie volute da Thutmose III ?

Approssimandoci alla conclusione del presente articolo possiamo dire che a corredo della narrazione di Esodo vanno:
l’iterato “indurire il cuore di faraone” visto come una pressione psicologica, un plagio, esercitati da Hatshepsut (Jahvè) sul povero marito e fratellastro Thutmose II;
un cosiddetto “passaggio del mar Rosso” visto come un classico espediente militare atto all’annientamento di Thutmose II;
una “gloria” (כבד) che sarà sempre e comunque: una carovana, un corteo, un convoglio militare, ecc …;
le “piaghe d’Egitto” che creano una analogia  tra contenuti ed usi strumentali del papiro Ipuwer ed una presunta copiosa eruzione etnea del 1470 a.C. rievocando Santorini con un “ci risiamo !!!”;
la quasi certa “incoronazione” di Hatshepsut-Jahvè (Esodo17:16);
tutte argomentazioni e relative proposte in via di perfezionamento ed approfondimento all’interno del forum di questo sito web.

Al Re, mio SIGNORE e mio DIO : parla xxxxx , il tuo servo la polvere che calpesti, cado ai piedi del Re, mio Signore e mio Sole 7 volte e 7 volte.”

È con frasi simili a questa i re vassalli siro-palestinesi dell’enorme regno egizio aprivano le loro missive per aggiornare i faraoni riguardo l’amministrazione dei loro territori, una consuetudine burocratica nota come formula di prosternazione pregna di servilismo e sottomissione derivante ovviamente dalla diversa levatura sociale degli interlocutori che vedeva il faraone all’apice della scala gerarchica a dispetto di una posizione decisamente più bassa occupata dai vassalli i quali tra l’altro erano subalterni anche a diverse figure governative dell’entourage egizio.
Il suddetto rapporto fra le parti riscontrabile nelle cosiddette lettere di Amarna è il medesimo che si può riscontrare nella lettura antico testamentaria, la Bibbia in tal senso ci offre lo stesso modo di interloquire in quei frangenti dove il Signore interagisce con il popolo israelita facendo uso di intermediari in particolare come i profeti o anche edotti di altra appartenenza, se non talvolta con quelli che verranno poi indicati come “angeli”.
Per quanto riguarda le epistole di Amarna è inequivocabile l’uso di DINGIR.MEṤ (divinità, dio) proprio nel rivolgersi al faraone almeno quanto è inequivocabile il fatto che un qualsiasi faraone che avrebbe conquistato nuovi territori vi avrebbe fatto erigere una stele in cui generalmente l’iscrizione egizia recitava:
Questa è la Terra del Dio
e quando succedeva non era certo una rispettosa dedica a qualche figura del pantheon egizio piuttosto era la pretesa del faraone di essere visto e chiamato come “Dio” conquistatore e possessore di quelle terre, naturalmente nelle lettere di Amarna abbiamo modo di rilevare anche il vistoso distinguo che si verifica quando ad interloquire con il faraone è un suo pari, ossia un sovrano di una potenza dell’epoca come poteva esserlo il re dei Mitanni o degli Ittiti i quali pur mantenendo toni di reciproco rispetto non erano affatto tenuti ad osservare la prassi delle formule di prosternazione, quindi un faraone era il Dio solo per la plebe o i ranghi di poco superiori a quest’ultima.
Avendo già posto valide basi entro le quali si può coltivare l’idea che il Signore biblico antico testamentario altro non sia stato che un faraone, o meglio più faraoni ciascuno con la sua distinta presenza nei rispettivi testi biblici e nelle rispettive epoche, ci accingiamo ad alimentare ulteriormente questa proposta focalizzando la nostra attenzione sulla cosiddetta “Gloria del Signore” che di gran lunga per frequenza ed attività può essere considerata la più genuina e costante “manifestazione divina” del Signore se non fosse che le probabilità di una mancata comprensione della stessa siano elevatissime al punto da poter cestinare gran parte delle moderne traduzioni ed avere ovvi riflessi sulle derivanti interpretazioni tanto da poterle definire come abbondantemente scorrette almeno per quel che concerne la lettura di Esodo, ergo il nostro approfondimento.
Nelle ricorrenze in cui la “Gloria del Signore” si presenta come soggetto attivo o come agente ci troviamo di fronte a fenomeni che potrebbero essere in tutto e per tutto di origine antropica pertanto anche riproducibili nel caso in cui il Signore, il Dio biblico fosse stato effettivamente un faraone, dei fenomeni correlabili alla “Gloria del Signore” i più frequenti sono senza dubbio le nubi
(o colonne di nubi), il frastuono, i bagliori e qualche fugace comparsa del fuoco, a riguardo nella Bibbia abbiamo una confusa descrizione nella visione di Ezechiele che alimenta non poco le più stravaganti interpretazioni.
Relativamente alla visione del Profeta possiamo con buona dose di fiducia suggerire che il medesimo ci stia descrivendo  l’approssimarsi dell’esercito egizio, non è da questo punto di vista rilevante se Ezechiele abbia o non abbia assistito di persona ad un evento reale, l’importante è ciò che descrive e in quello che descrive non c’è nulla che possa sfuggire dalle peculiarità, dalle competenze, dagli effetti generati dall’esercito egizio in marcia, d’altronde il profeta si sofferma su alcuni particolari parlando di volti umani, di mani umane, ciò che probabilmente ha un peso non indifferente è la complessità del quadro che intende riportare, non è certo facile rendere l’idea di un così variegato assembramento di uomini, mezzi, armi, animali tra l’altro isolandone ogni singola azione, ogni singolo fotogramma.
In zone semidesertiche l’approssimarsi di un esercito all’epoca avrebbe potuto benissimo produrre nuvole, frastuono e bagliori, nonché avrebbe beneficiato dell’utilizzo  del fuoco nelle sue molteplici  applicazioni , perciò quelle che sembrano manifestazioni soprannaturali vengono già drasticamente ridimensionate e portate più a misura d’uomo, se a questo aggiungiamo anche il riferimento alle ruote restiamo sempre nell’ambito militare per via dell’uso dei carri da guerra o nel peggiore dei casi per sovrapposizione di immagini coinvolgendo anche gli scudi rotondi, entrambe gli oggetti comunque in dotazione all’esercito egizio, forse l’unica peculiarità difficile da interpretare sono le “ali” ma che scevri da voli pindarici potremmo assimilare agli enormi ventagli e rispettivo personale messi a disposizione degli alti ufficiali egizi tant’è che quest’ultimi si troverebbero al servizio di una piccola porzione dell’enorme mosaico presentatoci da Ezechiele, ovvero quattro individui più o meno compatibili con il numero degli alti ufficiali per l’appunto dell’esercito egizio.
Tra tutte le comparse la figura del Cherubino (כרוב) è forse l’elemento più chiaramente individuabile nell’organico egizio è sufficiente comparare il termine ebraico con l’equivalente egizio per confortarsene, il Cherubino altro non è che il  krwportatore di scudo” egizio probabilmente l’unico che possa definirsi soldato pesante e che con la sua corazza precede i primi catafratti di molti secoli, la rispondenza fonetica in questo caso è straordinaria ed il significato  perfettamente congruo con le prerogative dei presunti protagonisti, con le dinamiche descritte e cosa importante con il palcoscenico.
Ricapitolando abbiamo a nostra disposizione:
1)   un faraone (DINGIR. MEṤ  accadico ilanu o fenicio elim),
ossia il Signore, il Dio (אלהימ) biblico,
2)   in capo ad un esercito o parte di esso,
cioè la Gloria del Signore,
3)   in cui spicca il     “portatore di scudo” (kr’w),
ovvero il Cherubino (כרוב),
è bene precisare che detta Gloria del Signore nel caso della visione di Ezechiele non è affatto trattabile come un riferimento diretto all’esercito egizio piuttosto è il caso di inquadrarla come un riferimento indiretto per lo più indotto, sia per i fenomeni e le figure che l’accompagnano di cui abbiamo parlato, sia per eccezionali relazioni di carattere linguistico che vedremo in seguito pur tuttavia forti e marcate solo nella lettura di Esodo ,
di sicuro la descrizione del profeta è in grado di offrirci la vera natura del Cherubino probabilmente meglio di quanto può regalarci l’iconografia egizia dove sovente la figura del faraone tuttofare  (auriga e combattente) ha eclissato l’indispensabile secondo elemento dell’equipaggio del carro da guerra egizio, per l’appunto il “portatore di scudo”, il quale presumibilmente era l’unico componente  veramente abilitato all’uso delle armi di difesa e offesa a differenza dell’auriga al quale spettava la sola guida del carro.

Al Re, mio Signore e mio Dio : parla xxxxx , il tuo servo la polvere che CALPESTI, cado ai piedi del Re, mio Signore e mio Sole 7 volte e 7 volte.”

Torniamo nuovamente allo scambio epistolare del periodo amarniano stavolta occupandoci di un’altra peculiarità, è assai probabile che il termine da noi evidenziato (ka-ba-si-ka) sia uno dei motivi per cui diventa nel libro di Shemot  traballante la relazione tra l’ebraico כבד e l’accadico  kabātu  tanto che nei frangenti della medesima narrazione biblica  kabasu  va meglio a giustificare queste presenze nonché arriva a suggerire significati diversi da gloria, onore, maestà, fama … significati che invece sono abbondantemente affidabili per le altre numerose ricorrenze  di  כבד negli altri testi biblici.
Abbiamo già detto che in tali formule prevale il senso di servitù e sottomissione nei confronti del sovrano egizio ma se andiamo ad analizzare più a fondo ci si rende conto che la frase tipo
“la polvere che calpesti” è anche un tentativo di persuasione, ovvero il senso dell’intera frase è più o meno:
pur essendo io un Capo (o un Re) non posso nulla di fronte alla tua forza (o potenza)
bisogna rammentare che molte delle missive sono in risposta a espresse richieste del potere centrale che ovviamente era in Egitto, spesso il contenuto era a giustificazione di un onere a carico del vassallo poi disatteso o solo parzialmente soddisfatto cui lo stesso vassallo era chiamato a chiarire, perciò sulla testa del vassallo pendeva sempre questa spada di Damocle che nel migliore dei casi restava ad un livello di minaccia, nel peggiore dei casi poteva degenerare in un provvedimento estremamente punitivo, perciò quella frase oltre alla manifesta sottomissione tenta di inibire eventuali reazioni scomposte del potere faraonico al che i significati di “potenza, forza” veicolati dal termine accadico kabasu (percorrere, calpestare, travolgere) possono poi aver meglio aderito al significato dell’ebraico כבד,
d’altronde potenza,forza non sono nemmeno molto distanti dai significati di onore, maestà, fama, gloria, soprattutto in relazione a personaggi altisonanti tanto che in alcune ricorrenze bibliche potremmo sostituire senza particolari traumi, tuttavia con kabasu si apre una evidente breccia etimologica proprio nel libro di Esodo.
Una ulteriore precisazione va fatta sulle ricorrenze del termine ebraico כבד poiché a secondo dei contesti assume diversi significati come: pesante, grave, duro, anch’essi piuttosto distanti dai significati di gloria, onore, fama, ed in tal senso si fa per lo più riferimento agli altri usi del termine accadico kabātu trovandoci di fronte ad una ramificazione difficile da giustificare se non con un serio tracciato etimologico, problema questo che viene superato agevolmente con il lessema accadico kabasu perché da solo possiede requisiti migliori rispetto a  kabātu  garantendo più coesione anche tra i suoi significati ed usi talvolta apparentemente  distanti.
Non è eccessivamente difficile comprendere perché kabasu vada preferito agli altri termini riportati almeno per quello che riguarda diverse ricorrenze in Shemot dell’ebraico כבד , è sufficiente operare in modo sostitutivo, ovvero laddove compare כבד si mette kabasu con i propri significati o accezioni, ne proponiamo la più banale sperimentazione avvalendoci di alcuni brani di Esodo riportandone la duplice lettura, quella odiernamente accettata e quella che propone questa dissertazione, dunque:

Esodo 8:20 “ Il Signore fece così, e venne un
GRAVE miscuglio in casa di Faraone, in
Casa de’ suoi servi, ed in tutta la terra d’ Egitto.
Il paese soffriva guasti, a cagione del miscuglio.”

Esodo 8:20 “ Il Signore fece così, e venne un
(kabasu) INCESSANTE miscuglio in casa di Faraone, in
Casa de’ suoi servi, ed in tutta la terra d’ Egitto.
Il paese soffriva guasti, a cagione del miscuglio.”

Esodo 7:14 “ Quindi il Signore disse a Mosè:
il cuore di Faraone è GRAVE, egli ha ricusato
di lasciar andare il popolo”

Esodo 7:14 “ Quindi il Signore disse a Mosè:
il cuore di Faraone è (kabasu) SOTTO PRESSIONE, egli ha ricusato
di lasciar andare il popolo”

per quanto possa sembrare strano kabasu possiede questi due diversi significati che si discostano persino dalla sua radice originaria legata al moto (calpestare, percorrere),
nel primo caso dove infrange la barriera temporale partendo dal significato del “trascorrere del tempo” arrivando a sottintendere “continuo, persistente, incessante”,
e nel secondo caso invece possiede il senso proprio di “mettere pressione su qualcuno” sfruttando l’elemento continuativo d’esercizio non dissimile dal precedente e dunque sottintendendo “insistente, martellante”.
Arrivati a questo punto resterebbero legittimamente aperti un paio di quesiti:
1)   Perché in Shemot sembrano sfuggire alcune ricorrenze di כבד dalla così efficace e più diretta valenza di kabasu.
2)   Perché kabasu con una corsia preferenziale legata al moto, al percorrere, al calpestare, al travolgere sembra poi latitare dalle ricorrenze bibliche proprio con questi significati.

Il contributo datoci dalla scrittura egizia riesce a sopperire la necessità impostaci dai precedenti quesiti, con l’ausilio di essa ed una buona dose di fiducia potremmo correggere la traduzione biblica di questo versetto:

Esodo 33:22    ( ……..   הצור  בנקרת  ושמתיך  כבדי  בעבר  והיה )
……..    della roccia – in una fessura – che ti metterò – mia GLORIA – mentre passi da – e avverrà

facendo ricorso ad una comparazione linguistica peraltro dovuta in virtù dello scenario e dell’epoca cui Shemot fa riferimento, comparazione che ci porta al seguente risultato:

Esodo 33:22    ( ……..   הצור  בנקרת  ושמתיך  כבדי  בעבר  והיה )
……..    della roccia – in una fessura – che ti metterò – mia SPEDIZIONE – mentre passi da – e avverrà

ciò emerge dalla perfetta simmetria che esiste tra il termine accadico kabasu ed il termine egizio esprimibile come cheb che parimenti al gemello possiede anche, previo idonei determinativi, i significati di percorrere, calpestare e travolgere, nonché tenendo conto che entrambe sono scritture consonantiche presenta lo stesso attacco e plausibilmente una eccellente rispondenza fonetica, a questo possiamo certamente aggiungere la sua funzionalità relativamente al soggetto-agente Gloria del Signore come da noi proposta, ovvero un esercito o un convoglio militare nell’espletazione di un compito come lo è certamente una spedizione militare.
Occorre però spiegare perché cheb  può arrivare a definire “spedizione” ed il compito è assai arduo ma non impossibile,  l’autore di questa che possiamo definire una maldestra dissertazione sulla specificità dell’argomento Gloria del Signore aveva precedentemente immaginato un probabile meccanismo con cui un vocabolo generico di moto, per l’appunto percorrere, potesse lentamente evolversi fino ai significati di gloria, onore, fama, prevedendo uno stadio intermedio dove il moto è legato alla specificità di circostanze solenni o importanti, per essere più precisi rivolgendo l’attenzione a quegli assembramenti di uomini, oggetti e animali che vengono a formarsi in circostanze  particolari, segue uno specchietto semplificativo:

stadio iniziale                            stadio intermedio (?)                    stadio finale
kabasu / cheb       —->                 processione                             —-> onore,gloria,fama,
(percorrere)                                       corteo                                              importanza, maestà
pellegrinaggio
parata

meccanismo che verrebbe presto smentito per l’assenza di questo stadio intermedio che non apparirebbe chiaramente in nessuna delle due scritture, sia essa accadica che egizia.
In verità gli indizi che ci offre la scrittura egizia riescono a mostrarlo piuttosto bene, l’unico ostacolo è rappresentato dalla congestione che viene a crearsi relativamente ad alcuni foni ed ai segni alfabetici che si suppone dovrebbero esprimerli,
il termine egizio cheb (attraversare, percorrere e calpestare) ci viene riportato    oppure   composto da segni alfabetici chiariti dai determinativi (h + b + det.), il segno alfabetico che costituisce l’attacco è la “stuoia di giunchi arrotolata”, tuttavia quando poi si vanno a osservare alcuni geroglifici propriamente detti che per potenziale affinità fonetica possono essere oggetto di interesse tutto comincia ad avere una certa dose di realismo,
il geroglifico cheb (festa) che foneticamente non è dissimile dal precedente potrebbe suonare egualmente  come cheb pur avendo significati diversi e apparentemente lontani dal precedente, geroglifico   di cui ne mostriamo alcune apparizioni specifiche:

cheb- sed         (giubileo)
cheb                  (trionfo)
cheb                  (lutto)
cheb                  (festa)

 

questo geroglifico è legato a lessemi egizi che solo inserendoli nel nostro rudimentale specchietto lo completerebbero regalandoci quello sfuggente stadio intermedio da noi previsto:

stadio iniziale                      stadio intermedio                                  stadio finale
kabasu / cheb  —-> processione      (lutto)                 –?->    onore gloria ecc
(percorrere)                 corteo                 (festa)
pellegrinaggio (giubileo)
parata               (trionfo)

avendo tuttavia uno stadio finale che la scrittura egizia non ci mostra pur avendo tutti i requisiti per fare il grande salto, ma anche se questi lessemi costituissero un binario morto quindi non evolvendosi ulteriormente sarebbe quantomeno doveroso chiedersi se e quanto abbiano influenzato l’evolversi del binomio cheb-kabasu e più audacemente, quando, quanto e come abbiano influito sul termine ebraico (כבד) nel caso quest’ultimo avesse un percorso accidentato  all’interno della tradizione ebraica e più verosimilmente nelle lingue o nei dialetti
siro-palestinesi dell’epoca.
Con quest’ultima osservazione riguardo ai   cheb visionati viene spontaneo chiedersi se possano soddisfare quelle poche ricorrenze bibliche che ancora andrebbero valutate secondo la logica permutazione che noi abbiamo proposto, in tal caso il versetto:

Esodo 20:12     (  ……    אמך  ואת  אביך  את  כבד )
…… tua madre – e – tuo padre – ONORA

potremmo facilmente sostituirlo con:

Esodo 20:12     (  ……    אמך  ואת  אביך  את  כבד )
…… tua madre – e – tuo padre – LUTTO (provvedi al)

ottenendo una traduzione davvero più specifica perché riesce a circoscrivere meglio l’azione derivante dall’osservanza di una legge, cosa che il verbo “onorare” non riuscirebbe a fare in modo altrettanto specifico, tra l’altro questo costituirebbe il secondo caso di Shemot dove al termine ebraico  כבד si riesce a dare una chiara ragione di esistere ricorrendo direttamente alla scrittura egizia, cosa molto importante quest’ultima se teniamo presente il rapporto delle parti che abbiamo già affrontato, ovvero una interlocuzione tra il faraone (il Signore, il Dio) e i vari personaggi di rango inferiore quasi mai egittofoni, bisogna poi tener conto anche dell’importanza del periodo addebitabile a Shemot che nella cronologia egizia corrisponde agli inizi del nuovo Regno con un Egitto che si è da poco lasciato alle spalle l’esperienza Hyksos ma non tanto da manifestare segni di immunità da eventuali  reciproche influenze linguistiche.
Facendo un temporaneo punto della situazione possiamo dire che su tutte le ricorrenze di כבד  in Shemot due sono chiaramente egizie approvvigionando da due distinti cheb e tolta una sola ricorrenza tutte le altre troverebbero giovamento nel gemello accadico kabasu, l’unica eccezione sarebbe rilevabile in questo versetto:

Esodo 4:10      (   אנכי  לשון  וכבד  פה  כבד  כי …… )
io (sono) – di lingua – e lento  – del discorso –  lento – per …..

dove il lessema ebraicoכבד sembra sfuggire dal binomio
cheb – kabasu almeno quanto sfugge da kabātu , in tal caso si potrebbero preferire termini accadici come kabalu e kaballu rispettivamente “essere paralizzato” e “legature (per cavalli)” ipotizzando lessemi che hanno ragion d’esistere per un bizzarro principio di negazione dell’azione stessa, nel nostro caso dell’azione di moto dunque negazione del moto, attribuendo a questa unica ricorrenza i significati :
lento, impacciato, legato,
quindi nel nostro tentativo di tradurre ripiegando su un possibile posteriore refuso a giustificazione di questa eccezione.
Tornando ai geroglifici egizi  si potrebbe obiettare additando una certa arbitrarietà nell’attribuire a cheb   il significato di spedizione  anche perché in molte iscrizioni egizie di sinonimi ne troviamo in abbondanza per di più sprovvisti della radice che con tanta energia promuoviamo, tuttavia non sono pochi nemmeno gli indizi favorevoli alla nostra ipotesi,
ad esempio nella scrittura egizia troviamo  con il significato di “spedire, inviare” specificatamente legato alle missive, ma la cui azione è inequivocabile perfino nel nostro linguaggio corrente a cui andrebbe aggiunta la bassa incidenza fonetica costituita dalla presenza della consonante debole (fon. cheab ?),
un altro indizio ce lo offre l’ “ufficiale dei trasporti” figura annoverabile tra gli effettivi dell’esercito egizio almeno dall’epoca di Ramses II che translitterato compare come mš-kbw, un termine dove escludendo mš (esercito) lascia al solo kbw sottintendere i “trasporti”.
Tra tutti i lessemi egizi correlabili  al moto ed agli assembramenti che abbiamo previsto come stadio intermedio di una probabile permutazione dei primi il più confacente nonché divertente dei geroglifici è   chebaba
“camminare ondeggiando” sicuramente un vezzeggiativo e perché no proprio legato alle accezioni simpaticamente negative che si vogliano imputare ad individui che si cimentano in cerimonie, processioni o pellegrinaggi in modo contrito e se vogliamo goffo, ovviamente bisogna tener conto che il logogramma e determinativo cheb  in tutte le sue varianti ha un unico denominatore  comune che è “cerimonia” e quindi già in buona parte ha reciso il cordone ombelicale con il moto pur tuttavia non potendolo escludere perché valore intrinseco della maggior parte delle cerimonie ed estrinseco per chiari effetti di partecipazione e richiamo a solenni circostanze, tuttavia esistono due geroglifici che nel loro insieme forse gettano un ponte verso quei significati  di gloria, onore, importanza che sono lo stadio finale di questo supponibile orientamento evolutivo, si tratta di
usato come determinativo in  ḫb (cheb) “ibis” e di
aḫ usato come ideogramma o semi-ideogramma anche per termini come: “benedire, santificare, glorificare”.
Questa strana relazione per quanto poi ci conduca ad una resa fonetica del tutto diversa dall’oggetto di nostro interesse almeno per quel che riguarda aḫ riesce a creare una tenue connessione tra moto, cerimonia e onore aleggiando sul grafema di un animale, un uccello per la precisione, che in quanto all’essere considerato divino aveva pochi eguali nell’antico Egitto, probabilmente solo il falco gli terrebbe testa in questo senso.
L’ibis che andava anche a simboleggiare il dio Thot solo in rari e tardi riscontri viene ritrovato  nella sua integrale forma animale, in entrambe i casi pocanzi mostrati che sono di gran lunga quelli più frequenti viene raffigurato nella combinazione di due grafemi, rispettivamente sullo stendardo oppure provvisto di chioma, ed è piuttosto insolito che il medesimo sofisticato animale crei questo strano e flebile nesso anche se poi è giusto riservare l’euforia per le altre questioni già affrontate e di ben altra consistenza, tuttavia si paventa la possibilità che il lessema   “ibis” presenti questa affinità fonetica con i cheb visionati in virtù dell’azione mitologica attribuita all’animale con il senso di “colui che entra, colui che penetra, colui che percorre o attraversa il corpo di Osiride ”, un concetto difficile da esprimere poiché il senso di rispetto, di ciò che è doveroso viene amalgamato con un tema di misteriosa e sfuggente quasi del tutto incompresa conoscenza che crea oggi a maggior ragione un vuoto soprattutto a causa di una spasmodica ricerca del divino laddove di divino c’è ben poco.
Separatamente e allontanandoci dal suolo egizio sotto forma di quesito riportiamo un ultimo possibile indizio regalatoci dai testi ugaritici, si tratta del lessema kubdas solitamente tradotto come “totale, addizionale” la cui presenza si manifesta in corrispondenza di beni plausibilmente in transito, spediti o da spedire, negli stralci dove è presente kubdas viene annoverata una quantità ed un mittente dunque per noi è piuttosto facile chiedersi se non si tratti di un kubdas inteso proprio con il significato di “spedizione (riferito a lotto di beni spedito o da spedire)”.

text 2095
six hundred sixty kubdas of oil for abram the cypriote.
one hundred thirty kubdas of oil for abram of egypt.
two hundred forty-eight kubdas for the men of sardis.
one hundred for ben-azmot the reshite.

Di motivi per avviare una revisione delle traduzioni bibliche relativamente al termine ebraico כבד soprattutto nelle sue ricorrenze in Shemot ne abbiamo riportati molti ed anche di una certa consistenza se si considera poi che la Gloria del Signore ne esce da una nicchia fenomenologica per entrare in un grande mosaico ancora da completare ma sostenibile sotto il profilo storico e linguistico.
Sarebbe certamente una esagerazione dire che la ricorrenza di כבד in Ezechiele vada ad esprimere direttamente “spedizione (militare)” anche se è ovvio che la visione nel suo insieme descriva egualmente l’approssimarsi dell’esercito egizio, forse nella lunga tradizione ebraica c’è stata sempre la consapevolezza dello strenuo rapporto tra il Signore e gli israeliti poggiato su quel peculiare modo di interloquire facente uso di una terminologia talvolta passiva ed egittofona, basterebbe osservare la perfetta simmetria tra il termine ebraico אמן e il termine egizio  mn (stabile, fisso) che si presenta per l’appunto in forma passiva nei casi in cui il ricevente è chiamato all’osservanza di statuti, regole, leggi e moniti decisi ai piani alti del potere, per rendersi conto di questa stretta connessione rammentando che quest’ultimo lessema egizio ha natali piuttosto lontani, sicuramente tra i più longevi della scrittura geroglifica.
Naturalmente questa presenza di pochi ma significativi termini  egittofoni è più forte in quei testi biblici plausibilmente più antichi mentre si fa più debole in quei testi presumibilmente più recenti, anche questo comportandosi simmetricamente al dominio egizio sui territori canaanei, alla capacità dell’Egitto di far sentire la sua presenza politica e militare in detti territori dove secondo la tradizione ebraica prende forma Israele, quindi potremmo al massimo pretendere che כבד venga talvolta usato come arcaismo anche se non è del tutto chiaro se vi fosse piena consapevolezza della sua origine, possiamo però legittimamente ipotizzare che l’etimo più accreditato sia il binomio cheb-kabasu di cui possiamo immaginare almeno due modi distinti di evolversi senza poter escludere una probabile complementarietà dei medesimi, per poi giungere, confluire e consolidarsi nell’ebraico כבד.

Con chi trattava Mosè ?

Sicuramente con Hatshepsut.

Chi è Jahvè ?

Certamente da Esodo in avanti, prima Hatshepsut e poi Thutmose III , e dopo….

Cosa significa Jahvè ?

Probabilmente “luna crescente” o simili  (riservando qualche chance a “Luna –crescente- di Cusae), in tal senso sarebbe un epiteto trattabile come un nome proprio di una presunta divinità, attribuibile però a diversi individui,  tale da meglio rappresentare l’interlocutore ideale per il popolo ebraico in momenti di evidente difficoltà in un mondo ed in un epoca che aveva una sua centralità nell’Antico Egitto.
Personalmente anch’io trovo difficoltà nel trovare l’interlocutore ideale, i momenti sono bui (fake news), malgrado ciò le performance cubane del sommo pontefice mi hanno destato ilarità, visto che se Faraone avesse avuto un minimo di sospetto che dietro a Jahvè si nascondeva la moglie la “testa” di Hatshepsut starebbe ancora oggi ruzzolando tra i colonnati di Karnak, suggerendomi poi involontariamente alcune simpatiche opzioni da adottare.
Forse sottoporrò tutti quegli “illeciti” civili o penali rilevabili in Esodo ad istituzioni o enti come la Magistratura o l’ Ufficio delle Entrate, non ho dubbi che per efficienza ci regalerebbero una Hatshepsut ed un Thutmose III perfettamente mummificati e meglio conservati con bibliche bende esattoriali e con canopi di garanzia usando gran parte delle prove che ho “faticosamente” raccolto, ricostruendo una storia decisamente simile a quella che abbiamo sinteticamente  riassunto.
Quelle che sarebbero state le sedi più consone per affrontare le argomentazioni storiche purtroppo si rivelano spesso indisponenti ed a mio giudizio poco produttive, d’altronde stanno ancora domandandosi cosa vorrebbe rievocare di preciso:
Armageddon… troppo difficile ricollegarsi alla conquista di Meghiddo ad opera di Thutmose III.

a cura di S.Seleman (brad17)

---------------------------------------------------------------

Alien Agenda non effettua alcun controllo preventivo in relazione al contenuto, alla natura, alla veridicità e alla correttezza di materiali, dati e informazioni pubblicate né delle opinioni che in essi vengono espresse, ma hanno uno scopo puramente informativo. Nulla su questo sito è pensato e pubblicato per essere creduto acriticamente o essere accettato senza farsi domande e valutazioni personale.

Seguiteci anche sulla nostra pagina o sul gruppo Facebook.